In Forma Ovi

“La luminosità dell’architettura non segna confini."
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I veritieri spazi tendono nella storia a tornare ciclicamente, quasi volessero riaffermare la radice semantica dell’origine. Permane nel tempo, anche in luoghi agli antipodi, l’idea universale di spazi condivisi: forme simili che esprimono la capacità del tempo di completarne la costruzione; perché il tempo è alleato dell’Architettura, della vitalità e del senso dello spazio.

Il complesso di significati legati all'archetipo cosmogonico è parte della chiave di lettura del dipinto di Piero della Francesca, la Pala Montefeltro, conservato in Pinacoteca di Brera. Quello appeso nella semicupola a forma di conchiglia della nicchia di fondo è un uovo di struzzo, che per analogia simbolica, precorre la fecondazione di Maria tramite lo Spirito Santo in forma di colomba, così come fu per Leda fecondata da Zeus in forma di cigno. Salvador Dalì riprenderà il simbolismo dell'uovo in una versione surrealista della Pala Montefeltro nella Madonna di Port Lligat e in Leda Atomica.

Dunque l'uovo, di forma perfetta senza principio né fine, la cui simmetria cilindrica ben riconoscibile si sviluppa lungo l’asse verticale, è quel simbolo universale che radicato in tutte le culture e in tutte le epoche, incarna in molti complessi mitico-rituali l’idea della “nascita”, o precisamente della “ripetizione della nascita”: la “Rinascita”. La forma dell’uovo è così da sempre legata alla rigenerazione.

L’immagine del concetto nella cosmogonia orfica è Phanês, il dio Mitra - divinità primigenia dell'origine della vita - spesso rappresentato mentre emerge dall'interno di un uovo d'oro: l’uovo cosmico. Da Leda nacquero i Dioscuri: i gemelli Castore e Polluce che rappresentano i due poli della creazione. La dea Notte depose nell'oscurità dell'Erebo l'uovo d'argento che fu fecondato da un soffio di vento del Nord, contenente il cosmo, da cui la nascita di Eros. La dea Eurinome, nel mito dei Pelasgi, emersa dal caos e fecondata dal serpente Ofione, depone l'uovo universale, quello di un rettile mitico. Il guscio dell’uovo cosmico circoscrive l’intero universo al cui centro è posta la terra; detto anche "grembo d'oro", rappresenta nell’induismo il nucleo universale galleggiante nell'oceano primordiale. Il cielo nacque dalla metà superiore d’oro del guscio e la terra da quella inferiore d’argento.
Post fata resurgo è quell’alito vitale di cui è dotata la Fenice ed è l’uovo dal quale rinascerà ciclicamente, perché in prossimità della propria morte la Fenice costruisce un nido a forma di uovo nel quale bruciare completamente, e dalla cui combustione si genera, o meglio rigenera, un altro uovo che il Sole farà germogliare.

La figura geometrica che rappresenta la sezione longitudinale di un uovo è l’ovale, spesso confuso con l’ellisse ma geometricamente ben distinguibile; l’ovale, infatti, non è la rappresentazione geometrica di una sezione conica, ma è una figura simile non dotata però di due fuochi e tracciabile raccordando gli archi di due circonferenze uguali e tangenti tra di loro. 
Differenza geometrica da intendersi probabilmente quale popolare aneddoto dell’uovo di Colombo che “suggerì” all’architetto Filippo Brunelleschi, per l’analogia uovo – arco, l’ideazione della cupola di Santa Maria del Fiore, costruita in muratura senza l’impiego di centine. 
Analogia per la quale, secondo la leggenda, la fortezza Castel dell’Ovo in Napoli sarebbe sostenuta da un uovo secretato nei sotterranei dal poeta Virgilio e da cui dipendevano le sorti del Castello. Con gli occhi della realtà e della costruzione, l’uovo è un arco che unisce i due scogli sui quali la costruzione fu edificata e che crollò nel XIV secolo procurando ingenti danni all’originario edificio.

Di maniera universale, l’occhio della mente misura gli spazi da cui attingere per l’uso delle forme in Architettura. Questo perché nella configurazione formale la mente attinge a quelle risorse che celano ed evocano il progetto e la sua definizione.

Nella storia dell’Architettura la forma ovale non trova corrispondenza nel mondo antico precedente alla fondazione di Roma; l’architettura romana vedrà la nascita di una nuova tipologia fondata sulla forma ovi e definita: Anfiteatro. Per l’etimologia la parola amphitheatrum indica quel luogo in cui è possibile assistere a un evento posizionandosi, indifferentemente, da una parte o dall’altra di esso; essendo il theatrum quel luogo da cui poter volgere lo sguardo allo spazio che accoglie un evento. Non è quindi un doppio teatro, l’anfiteatro e la corrispondenza concreta di questa sottolineatura etimologica accade in architettura laddove la tipologia dell’anfiteatro si presenta a pianta ovale anziché circolare. Alla corrispondenza tipologica concorre la funzione dell’anfiteatro che con tutta probabilità trova nell’ovale quell’ampiezza necessaria per lo svolgersi appieno degli spettacoli.

All’evoluzione della configurazione architettonica del teatro è comunque indissolubilmente legata quella capacità costruttiva romana che permise il sorgere degli anfiteatri. E la dimostrazione viene dal teatro di Teanum. In virtù della tecnica edilizia e per le caratteristiche architettoniche, il Teatro di Teano è il più antico teatro in piano con cavea completamente sorretta da un sistema voltato: un complesso architettonico su terrazze con struttura sottostante, nascosta e funzionale, di ambienti voltati alti circa 10 metri. Fondato alla fine del II secolo a.C., modificato in età augustea e in seguito per volere imperiale - con cavea di 85 metri di diametro e con edificio scenico di 26 metri di altezza a tre ordini di colonne - esso è il più antico esempio di utilizzo di struttura in opera incerta e quasi reticolata. L’innovazione tecnica e costruttiva del Teatro di Teano rappresenta una pietra miliare in termini di evoluzione della struttura degli edifici destinati a teatro e permette in tale direzione il sorgere e la costruzione di un tipo di edificio nuovo: l’Anfiteatro.

Dal 116 a.C. cominciano a realizzarsi le pareti in opus caementicium, sostituendo l’opus incertum con l’opus quasi reticulatum. Questa tecnica edilizia romana con cui si realizzano paramenti in muratura in opera cementizia permetterà in alcune parti d’Italia la diffusione di teatri e anfiteatri di notevoli dimensioni, soprattutto nell’attuale Campania.
Gi anfiteatri di Capua, Liternum e Cuma sono da considerarsi le prime costruzioni nell’ambito di questa nuova tipologia architettonica.
L’antico anfiteatro di Cuma costruito tra fine del II e l’inizio del I secolo a.C. appartiene alla configurazione più antica di tale tipologia, quella priva di sotterranei. Esso sfruttava il Monte Grillo sul lato nord, mentre per le altre parti utilizzava un terrapieno artificiale. Oggi, non ancora scavato, presenta una vasta depressione ovale ben visibile con lunghezza dell’asse maggiore di circa 90 metri similmente all’anfiteatro di Pozzuoli - quello più antico - e all’anfiteatro di Liternum databile alla fine del II secolo a. C. e che probabilmente si sviluppava su due livelli. Risale a un periodo compreso tra il 130-120 a.C. la datazione dell’anfiteatro di Capua - quello più antico - che presenta dimensioni di gran lunga inferiori all’anfiteatro di età imperiale, individuate lungo l’asse maggiore in 124 metri e lungo quello minore in 91.
L'anfiteatro di Pompei costruito intorno al 70 a.C. è simile per dimensioni all'anfiteatro di Avella, il quale, edificato nel I secolo a.C. nel settore sud-orientale della città antica ed eretto in opus reticulatum di tufo, presenta gli assi che superano di poco i 79 e i 53 metri. 
L'anfiteatro Campano o anfiteatro Capuano, in Santa Maria Capua Vetere, di età Imperiale fu eretto tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C. - l'imperatore Antonino Pio lo inaugurò nel 155 d.C. - è secondo per dimensioni solo all'Anfiteatro Flavio di Roma con il quale condivide diverse soluzioni architettoniche, tanto da far supporre che fu utilizzato direttamente come modello per la costruzione di quest'ultimo. L’immenso edificio presenta l’asse maggiore con orientamento nord-sud di 167 metri e quello minore di 137 - 187,5 e 156,5 sono i metri degli assi del Colosseo -. Il prospetto esterno si articola su quattro livelli di ordine architettonico tuscanico per un’altezza massima di 46 metri. Di tre piani i sotterranei per un totale di quasi 80 arcate e chiavi d'arco ornate con busti di divinità, di cui sette sono visibili nella facciata del Palazzo Municipale di Capua, e altre nel museo della città.
Notevoli anche le misure dell’anfiteatro di Lucera, 131 per 99 metri e una capienza tra i 16.000 e i 18.000 spettatori; dell’Anfiteatro Laterizio di Nola antica, con 138 per 108 metri e strutture di varie fasi, alcune databili alla metà circa del I secolo a.C.; dell'anfiteatro Flavio di Pozzuoli, della seconda metà del I sec. d. C., con misure di 149 per 116 metri. Geograficamente più distanti: l’anfiteatro di Pola - iniziato nel 2 a.C. - 132 per 105 metri e con la parte di cavea verso il litorale che raggiunge un’altezza di 32 metri; l’anfiteatro di Nimes, 133 per 101, con 21 metri di altezza e 13.000 posti a sedere; e l’anfiteatro di Verona, 152 per 123, con pianta dell’arena di 75 per 44 e quindi con cavea di larghezza pari a 39,5 metri, probabilmente già completo verso il 30 d.C. 
Le caratteristiche dimensionali dell’Amphitheatrum Flavium, il Colosseo, iniziato da Vespasiano nel 72 d.C. sono: forma ovi di 527 metri di perimetro e assi di 187,5 per 156,5, con arena interna di 86 per 54 di superficie pari a 3.357 metri quadrati; altezza attuale fuori terra di 48,5 metri che originariamente arrivava a 52.

Nell’edilizia residenziale romana la Villa del Casale nei pressi di Piazza Armerina in Sicilia, di datazione all'incirca fra il 320 e il 370 d.C., presenta a sud un peristilio a pilastri di pianta ovale che si raccorda all’estremità est con la sala a tre absidi. A ovest della forma ovi è posto un ninfeo absidato, mentre sui lati nord e sud il peristilio ovoidale consente l’accesso a gruppi di tre ambienti. Un complesso unitario, ma soprattutto uno spazio di formidabile dinamismo la cui configurazione planimetrica di forma ovi anticipa, con l’occhio lungo della storia, il movimento e l’articolazione spaziale insiti in questa forma geometrica.

Vari gli esempi di permanenza della forma ovale nelle stratificazioni storiche successive all’epoca romana, a testimonianza di come il sedime ovale delle costruzioni degli anfiteatri fu traccia indelebile nella fondazione del luogo. D’indiscutibile forma urbana la forma ovi del sedime dell’anfiteatro di Lucca - oggi Piazza Anfiteatro - che in epoca medievale riuscì a permanere nel tessuto cittadino nonostante la distruzione della costruzione originaria; o come per l’anfiteatro di Venafro, Isernia, dove la sovrapposizione di case rurali ai ruderi romani scrupolosamente rispetta il sedime della forma ovi.

Verso la metà del Cinquecento il tema di ideare e costruire edifici con forme planimetriche ovali, costruendo in alzato sistemi di volte o cupole elissoidiche o maggiormente complesse, si consolida nel momento in cui la tendenza romana punterà a nuove espressioni.
Nel quinto libro del trattato “I sette libri dell’architettura” Sebastiano Serlio tratta la figura geometrica dell'ovale come tipo di Tempio, presentando una soluzione illustrata.
Ma è con la chiesa di Sant'Andrea a via Flaminia in Roma, opera di Jacopo Barozzi da Vignola - commissionata da Papa Giulio III nel 1553 - che si manifesta dal punto di vista architettonico un'importante testimonianza della sintesi tra la cultura Umanistica delle chiese a pianta centrale e gli esempi di edifici di culto a pianta longitudinale, propri della Controriforma, dalla seconda metà del Cinquecento in poi. Di minute dimensioni l’edificio è un gioiello di parallelepipedo in laterizio lasciato a vista su tre lati e con facciata in peperino. La chiesa, unica nel suo genere, presenta una volta impostata su cornice interna ovale, con cupola a semi-calotta ovale. 
Nel panorama architettonico romano del Cinquecento la prima chiesa a pianta ovale è anch’essa opera dell’architetto Jacopo Barozzi da Vignola, edificata attorno al 1570. La chiesa di Sant'Anna dei Palafrenieri nella Città del Vaticano presenta, infatti, una pianta in forma ovi coperta con cupola ribassata al centro. Le pareti dell'ovale, scandite da otto colonne corinzie, lambiscono quattro ambienti a pianta rettangolare: la campata d'ingresso con cantoria, le due cappelle laterali e l'abside. 
Un capitolo speciale nel lavoro di Jacopo Barozzi da Vignola è costituito dalle scale a pianta ovale: capolavori architettonici e scenografici, enfatizzati nella terza dimensione dallo sviluppo a spirale - elicoidale - a chiocciola. Incantevoli quelle di Palazzo Contrari - Boncompagni anche Palazzo Barozzi a Vignola nell’ala laterale di sinistra; di Palazzo del Chiarone sulla via Aurelia nel territorio comunale di Capalbio, Grosseto; e nella parte di Palazzo Isolani su via Santo Stefano a Bologna, costruita nel 1500 e poi rimaneggiata. 
Sempre nel panorama romano, molti i segni impetuosi e inquieti della mano di Michelangelo Buonarroti, dove il sentimento esce dalla regolarità dell’arco e si presenta con tracciati di curve ellittiche; come per le absidi della Cappella Sforza, o quelle addossate alla Rotonda di S. Giovanni dei Fiorentini. Di forma ovi è il disegno geometrico della pavimentazione progettata per piazza del Campidoglio.

Merita menzione il Santuario di Vicoforte in Piemonte. Commissionato nel 1596 all'architetto di corte Ascanio Vittozzi - alla cui morte nel 1615 la grande costruzione era eretta fino al cornicione - il complesso architettonico presenta un impianto basilicale a forma ovale. In forma ovi è il tamburo della poderosa cupola - innalzata nel 1732 dall’architetto Francesco Gallo - che alta 74 metri e di misure 37,15 per 24,80 metri risulta essere la cupola più grande al mondo di sezione orizzontale ellittica. Al di là del primato, il complesso è straordinario proprio per quella capacità di manifestare in architettura - per mezzo della forma ovi - l’evoluzione della cultura Umanistica, a cui il complesso rimane comunque radicato; quasi a dire: nessuna innovazione senza tradizione. A guardarla, infatti, pare un’opera di Antonio da Sangallo il Vecchio, un’evoluzione in forma ovi del Tempio di S. Biagio in Montepulciano, la cui costruzione iniziò nel 1518.

Da Roma, città barocca, i sistemi ovoidali sorti nella pienezza del Cinquecento e sviluppatisi nel Seicento e nel Settecento, si diffonderanno brillantemente anche nei monumenti successivi. Ad esempio, nella scuola Boema si continuerà, dopo la morte del Borromini prima e del Guarini poi, la magnifica pagina del Barocco Italiano. 
L’ampiezza spaziale, il dinamismo fuso con il rigore simmetrico dell’abbraccio in forma ovi del colonnato di Piazza San Pietro è l’emblema di quanto la forma ovale contenga quella risorsa in più di vigore architettonico rispetto all’assoluta classicità del cerchio. Perché l’ovale si muove nello spazio e conquista lo spettatore; proprio come la soluzione del Bernini spazia nell’invaso tridimensionale accogliendo nell’abbraccio urbano i fedeli.

Una postilla per gli anfiteatri di anatomia, che con la loro architettura in forma ovi manifestano nuovamente il significato etimologico del termine amphitheatrum; in questo caso quel luogo in cui lo sguardo trionfa come strumento favorito per accedere alla conoscenza dell’anatomia. Splendido, quasi metafisico, quello di Padova del 1584.

Nella città antica le varie tipologie che compongono il tessuto o che si impongono come monumento sono il permanere nella storia dell’architettura di forme di misura, concretezza ed emozione. Come l’azzurro cielo dello splendido velario in forma ovi del Teatro Politeama di Palermo, opera di Giuseppe Damiani Almeyda la cui costruzione iniziò nel 1867. 
"il tipo adottato nel Politeama Garibaldi è quello del teatro-circo, in cui però la forma semicilindrica del prospetto nasconde una sala a ferro di cavallo con due ordini di palchi ed un profondo loggione. È una soluzione che ricorda il primo Hoftheater di Gottfried Semper, realizzato a Dresda, dove l'andamento semicircolare del fronte contiene ancora una sala di tipo tradizionale. L'architettura del Politeama rimanda al progetto teorico di teatro del Durand che aveva canonizzato la riproposizione del monumento storico: l'anfiteatro romano. Damiani Almeyda non adotta i tre ordini di arcate del Colosseo, come fa Durand, bensì un doppio ordine con trabeazione, secondo modalità desunte dall'architettura pompeiana" .

Nell’ambito della dimensione l’Architettura è progetto e misura. La mente intelligente osserva, coglie lo spirito migliore e fissa nell’immagine spaziale ciò che sarà tramandato nel tempo, in un successivo processo di perfezione e raffinatezza: di rigenerazione. È questa un’Architettura fatta di Misura che annulla ogni incertezza e innova nel segno della Tradizione. 

testo di Sara Mattivi